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Detesto gli altri, quelli che mi derubano della mia solitudine senza offrirmi veramente compagnia. di " da "Le lacrime di Nietzsche""
 

Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Paolo (del 04/09/2010 @ 08:40:48, in ARTE, linkato 2 volte)
Invenit art

Mostra di artisti a Venezia 2010, scelti da Paolo Baruffaldi
per la Galleria BAC ART STUDIO

Settembre - Ottobre 2010

 La Storia.
 La Storia, quella con la “s” maiuscola, è scritta dai vincitori; così almeno è la convinzione all’interno della cultura occidentale. Se così è, ed io ne sono convinto, cosa accade allora a quella storia particolare che è la “storia dell’arte”? Chi la scrive e, per quanto qui ci interessa, chi sta scrivendo la storia dell’arte contemporanea? Non c’è dubbio alcuno, infatti, che gli estensori, singoli o gruppi, seguono inevitabilmente criteri molto parziali nel decretare chi e cosa appartiene all’arte contemporanea e chi e cosa invece ne resta fuori. Non solo, anche la “gerarchia” interna alle stesse scelte degli addetti, risulta fissata e congelata una volta per sempre, sulla base dello stesso criterio parziale e soggettivo.
 La Tecnica.
 Un tratto sicuramente sempre presente nelle opere e negli artisti della contemporaneità è l’abbandono definitivo degli strumenti tradizionali riconducibili all’arte “storicizzata”, a vantaggio delle tecnologie e delle tecniche che dal secondo dopoguerra sono a disposizione dell’uomo. Tecnologie e tecniche mutuate dall’elettronica, dalle telecomunicazioni, dal computer, da internet. A volte il mondo della Tecnica Ë assunto dall’artista in senso critico e quindi l’opera diventa “povera”, negazione dei risultati mondani di questo nuovo dio. Altre volte si ferma ad un uso ripetitivo di un meccanismo, sia esso “statico” come la fotografia o “dinamico” come il video-tape. I più fortunati, coloro che hanno qualche ricco collezionista alle spalle, costruiscono scenografie e installazioni imponenti che valgono per il primo momento di stupore che sanno suscitare nei media, per poi trasformarsi subito in reperti archeologici di sé stessi. In questo scorcio di tempo che vede l’affermarsi dell’arte contemporanea, cambia dunque il modo di essere e di agire dell’artista. Potremmo dire, semplificando, che l’artista diventa uno sperimentatore di linguaggi, alla luce delle nuove possibilità offerte dalla Tecnica che diventa così il vero motore dell’Arte. L’inevitabile conseguenza di tutto ciò è la scomparsa delle arti tradizionali dal panorama dell’arte contemporanea, per la loro inadeguatezza a rappresentare e testimoniare il mondo contemporaneo rispetto ai risultati eclatanti resi possibili dalle nuove tecnologie.
 Il Mercato.
 Altra conseguenza immediata di questo nuovo procedere artistico è il controllo ferreo del mercato dell’arte all’interno di una logica di “sistema”. Al vertice, infatti, c’è un apparato chiuso, quello che gestisce i grandi eventi dell’arte contemporanea, le biennali importanti, le collezioni ed i musei pubblici e privati. Il mercato qui ha rigide norme e procedure regolate da una forma di “Conventio ad excludendum”, eretto proprio per escludere piuttosto che per inglobare e non a caso, dopo decenni di imperio assoluto, comincia ad essere esausto e insensato storicamente. Un Sistema “chiuso” che tende a promuovere solo ciò che è coerente con la propria logica e con i propri interessi. In prospettiva storica, gli ultimi 50 anni della Storia dell’Arte sono i più monotoni (per non dire brutti) e autoreferenziali dell’intero percorso creativo dell’umanità. Dalle pitture rupestri a Guernica, l’uomo ha sempre creato per informare, insegnare, rappresentare, gioire per sé e per la società di appartenenza. Oggi invece il mercato dell’arte contemporanea sembra interessarsi esclusivamente al percorso psichico di qualche centinaio di artisti, a livello mondiale, a cui sono concessi finanziamenti e sostegni critici in cambio delle loro rappresentazioni mute e pochissimo dialoganti.
 Le Gallerie.
Sotto il mercato dell’arte contemporanea c’è tutto il resto. Una volta qui c’era molto spazio per le gallerie private che facevano esse stesse “tendenza”, con proposte innovative, ma anche con nomi consolidati e storicizzati ed in questo bacino pescavano i grandi collezionisti ed i musei stessi. Escluse oggi dal sistema dell’arte contemporanea, devono sopravvivere con numerosi compromessi “al ribasso”, accettando di esporre artisti sponsorizzati, economicamente solidi ma non per questo validi ed interessanti per ricerca ed innovazione. Diventano così ininfluenti nel sistema dell’arte, senza sostegni critici e senza l’attenzione necessaria per portare in primo piano gli artisti validi che a volte pure propongono. In parallelo, il gran pubblico che non segue l’arte contemporanea e ignora le proposte delle gallerie, fa la coda invece per qualsiasi mostra d’arte storica, da quella archeologica fino alle prime avanguardie del novecento. Il fenomeno è rilevante anche economicamente perché muove interessi legati all’editoria d’arte, ai viaggi organizzati e prenotati via internet da tutto il mondo, alla rivalutazione dei grandi nomi ma anche alla scoperta di minori, magari ingiustamente ignorati prima.
Riserva Indiana.
 A noi che continuiamo a collezionare dipinti e sculture, ad emozionarci di fronte al miracolo dell’incisione su rame, a cercare nel mare magnum della creatività contemporanea qualche personalità isolata e originale, non resterà che relegarci in un territorio tutto nostro, una specie di “riserva indiana” dell’arte: le istituzioni dovranno dedicarci la stessa attenzione che si dedica alle razze animali in via di estinzione e fornirci qualche protezione per non essere definitivamente eliminati dal panorama dell’arte contemporanea. Ad onor del vero, occorre aggiungere che spesso i peggior nemici della nostra razza si trovano tra noi e apparentemente agiscono in nome della stessa causa. Mi riferisco a tanta pittura di genere, alle trovate tecnologiche, alla mancanza di ispirazione, alla scarsa attualità dei messaggi che rendono tante proposte inutili, banali e controproducenti. La pittura non è solo colore e segni tracciati su una superficie, la scultura non è solo qualcosa di tridimensionale per riempire una piazza. L’arte non è solo riproduzione della realtà e neppure esercizio di abilità tecnica. E’, o dovrebbe essere, il luogo dell’ invenit. Un’idea, un progetto, una capacità tecnica espressioni dell’artista “inventore” che può avvalersi di collaboratori ed allievi, come nelle antiche botteghe d’arte e di mestiere, ma che non rinuncia al proprio ruolo di intellettuale per essere o solo mercante o solo “artista”. Semmai dovrà porsi come sintesi di imprenditorialità e creatività, con l’obiettivo di essere veramente nella “contemporaneità” storica del proprio tempo con l’attenzione e la preoccupazione per il futuro della società di appartenenza. Inventare, progettare, fare… Invenit, pinxit, fecit, delineavit…
HomeArt.
 Mi piacerebbe organizzare una grande mostra d’ arte contemporanea con opere non firmate o contrassegnate. Dare risalto all’opera e non all’autore. Togliere la Firma, questa mania di firmare tutto, dagli slip all’automobile, come se la firma aggiungesse qualcosa alla qualità dell’oggetto. Belle opere di artisti anonimi del XX° e XXI° secolo! Proposito non realizzabile oggi, perché non possiamo chiedere agli artisti di rinunciare ad un giusto momento di riconoscibilità, in un panorama già di per sé confuso e sovrabbondante di proposte e richiami. Ma resta come indicazione di merito: concentrarsi sull’opera e non sulla mondanità. La mostra che proponiamo accosta opere di artisti affermati e storicizzati, artisti in via di affermazione ed artisti sconosciuti al grande mercato. Il tratto comune è la validità delle opere che abbiamo scelto per illustrare un nostro personalissimo percorso di collezionismo privato, fuori dalle mode e dai condizionamenti. Panorama eterogeneo, dunque. Quasi un’indicazione di metodo per chi volesse ancora cercare per sé e per la propria casa, opere di qualità con le quali creare il proprio ambiente quotidiano, improntato non solo sui confort della tecnologia, ma anche e ancora sul piacere dell’occhio e della mente. Quel piacere che fa dire ad un giovane rampante della pubblicità, arrivato nella propria confortevole casa: “home!”, con la soddisfazione di essere circondato ed avvolto da un ambiente “esteticamente” perfetto. Home art, appunto!
 Fine della Storia .
Stephen William Hawking è quel grande scienziato inglese che studia l’Universo, nonostante la grave infermità che lo costringe a comunicare solo attraverso supporti tecnologici. Ho letto un recente articolo nel quale si illustravano le conclusioni a cui sta arrivando a proposito dei destini dell’umanità e del nostro pianeta. Entro 100 anni (un nulla rispetto ai lunghi tempi dell’Universo), l’umanità dovrà trovare il modo per espandersi all’esterno della Terra, che non sarà più in grado di garantire la sopravvivenza del genere umano al ritmo dell’attuale indice di sviluppo demografico e delle risorse disponibili. Il tema rimanda a quella tendenza diffusa nella cultura occidentale di dichiare la fine della Storia, così come la morte di Dio, alla luce delle più approfondite analisi sul destino della nostra civiltà, giunta ormai ad un punto di svolta di non ritorno. Così muore la Storia e con essa anche la storia dell’Arte, di tutte le arti, incapaci di rinnovarsi e di essere coerenti con il destino ineluttabile della Terra. Se questo è lo scenario, l’artista ha ancora qualcosa da dire? Parlano di più le opere della ricerca contemporanea oppure le opere che si manifestano ancora sotto la forma di pittura e scultura tradizionali? Rispetto al grande tema sollevato da Hawking mi sembra comunque una distinzione inutile, come se si continuasse a discutere del sesso degli angeli, con il turco alle porte della città. L’artista, come intellettuale, deve testimoniare non solo un’ abilità tecnica o un’ aderenza ad una corrente piuttosto che ad un’altra. Dovrebbe allargare il proprio orizzonte ed essere protagonista dei flussi di pensiero sui destini dell’umanità, qui e ora, senza illudersi di poter trovare per sé rifugi privilegiati dove esercitare la propria arte come se la contemporaneità fosse solo un dato cronologico e non invece un modo nuovo di essere nella Storia. Altrimenti partecipa alla fine della Storia.
 
Di Paolo (del 12/06/2010 @ 09:51:15, in ARTE, linkato 74 volte)

Per Inciso
Il grande sviluppo che ha avuto il digitale nella ricerca artistica contemporanea ha portato, secondo me, ad una diminuzione di interesse per le tecniche incisorie, soprattutto quelle tradizionali come l’acquaforte. Non come conseguenza diretta, ovviamente, ma come nuovo clima di sperimentazione e di possibilità di risultati che ha tolto interesse per tutto ciò che comportava e comporta esercizio continuo, difficoltà di esecuzione, tempo e pazienza. La pratica dell’incisione comporta una serie di conoscenze indispensabili per l’esecuzione anche della matrice più semplice. Si deve conoscere il comportamento dei metalli, degli acidi, delle vernici prima di poter affrontare il momento creativo, perché l’effetto desiderato in fase di stampa deve aver prima rispettato una serie di regole e di procedure inderogabili. Semplificando, sulla tela i colori possono essere gettati e versati in modo casuale riuscendo ad ottenere comunque una coerenza tra pensiero, gesto, opera finale. Sulla matrice, invece, la vernice deve essere posta in un certo modo, la morsura deve rispettare certi tempi, l’inchiostrazione dovrà essere precisa e puntuale e solo il rispetto di questi principi porterà al risultato finale voluto. Praticare oggi le tecniche incisorie sta diventando così una rara opportunità per chi dispone, anche per carattere, di pazienza e di precisione oltre che di tempo. Forse è anche un bene che sia così, per tenere lontano coloro, e sono tanti, che pensano di risolvere tutto con programmi di ritocco d’immagine per PC o altre scorciatoie rese possibili dalle nuove tecnologie. Ecco allora che “Per Inciso” assume il valore di documento, di testimonianza di ciò che le tecniche incisorie, debitamente applicate, possono produrre in ambito artistico. Opere che nulla hanno in meno della pittura. Forse, pensando agli scarsi risultati raggiunti dalla pittura contemporanea, hanno qualcosa in più, dato proprio dalla componente “manuale”, di bottega, come si sarebbe detto una volta in senso dispregiativo. Manualità e tecnica che assumono una connotazione positiva, perché rendono giustizia a quegli artisti che rifuggono dall’arte contemporanea di stampo concettuale-scenografico fine a se stessa così come dalla pittura-pittura esausta e/o sovrabbondante di tecnicismo senza contenuti di attualità. Nel presente catalogo ho scelto di illustrare le principali tecniche incisorie con immagini delle mie opere, lungo tutto il percorso artistico che va dalle prime prove del 1975 ai giorni nostri. Mi accompagneranno anche alcune opere di altri artisti che ho incontrato e frequentato tra Venezia e Parigi negli anni della mia formazione e con i quali ho spesso partecipato a esposizioni dedicate alla grafica. Alcune opere di grandi maestri (De Chirico, Fetting, Leonor Fini, Tramontin) allargano ancor più l’orizzonte incisorio, che qui ho voluto indicare. Un ringraziamento particolare, seppur postumo, va alla grande figura di Henri Goetz per i contributi di conoscenza e di ispirazione che mi hanno procurato i suoi insegnamenti e le sue opere. (Paolo Baruffaldi)

 artisti in mostra: Aliadière Baruffaldi Boni Bonnet Bortoluzzi Cadore Jan Cást Celiberti Chia Chimenti Costantini Dalla Venezia De Carolis De Chirico Dometti Ferri Fetting Leonor Fini Fraccalini Giacon Giancaterino Goetz Leclaire Lemant Licata Mackova Malvezzi Manani MoroLin Pescatori Pizzinato Raimbourg Smali Solberg Tramontin Zanini
 
Di Paolo (del 29/04/2010 @ 11:55:15, in ARTE, linkato 57 volte)
>Sto preparando una mostra sulle tecniche dell'incisione, con opere in gran parte eseguite da me, nel corso della mia carriera artistica iniziata nel 1975, abbinate ad una scelta di opere di altri artisti-incisori incontrati tra Venezia e Parigi negli anni della mia formazione. Un piccolo catalogo in italiano, inglese e francese comprenderà testi ed immagini degli artisti scelti. Saranno esposte anche alcune opere di artisti storici: de Chirico, de Carolis, Goetz, Bortoluzzi, Chia, Fetting, e altri
 
Di Paolo (del 13/04/2010 @ 14:47:04, in ARTE, linkato 65 volte)
 
Di Paolo (del 07/04/2010 @ 10:23:31, in ARTE, linkato 70 volte)
Questa incisione fa parte del ciclo "Amanti, rilievi" del 1984. Si trattava di una serie di opere pittoriche incollate su sagome di legno, esposte presso la galleria "La Fenice", a Venezia. Questa è una acquatinta ispirata ad una delle opere del ciclo.
 
Di Paolo (del 19/03/2010 @ 09:27:56, in ARTE, linkato 88 volte)
Dal secondo dopoguerra ai giorni nostri, la domanda che più ricorre quando si parla di arte contemporanea è: dove va l’arte contemporanea?
 Di fronte al susseguirsi dei movimenti, delle tendenze, delle sperimentazioni, esiste una specie di inadeguatezza perfino da parte degli addetti ai lavori di riuscire a parlare d’arte in modo chiaro, soddisfacente e, soprattutto, “adeguato”.
 La rottura di tutti i canoni estetici precedenti, l’irruzione di nuove tecnologie e le frenesie di curatori di mostre, artisti ed enti “all’avanguardia”, hanno reso impossibile uno sguardo pacato su ciò che questa “arte contemporanea”.(contemporanea fino a quando?) produce e realizza come “opera” d’arte.
 Ridotte le manifestazioni d’arte pittorica a residuato antico e quasi archeologico, hanno diritto all’appellativo di opere d’arte contemporanea solo quelle che adottano almeno un mezzo tecnologico contemporaneo (dai primi video-tape al digitale attuale), realizzando quel precetto del “il mezzo è il messaggio”.
 Quanti video sono passati nelle varie Biennali italiane ed estere senza lasciare traccia di sé, significativi di solito solo per l’autore e l’incauto mecenate? E che dire delle installazioni e delle performance?
 Di solito amplificano eventi tragici trasmessi da tutti i mass-media (guerre, mutilazioni, violenze, nuove barbarie), e servono solo per stendere articoli di fondo scandalizzati od osannanti in occasione delle vernici degli eventi che le ospitano, per poi cadere anch’esse nel dimenticatoio. …ma se non fosse così?...
 Basterebbe la pittura a ridare forza alle manifestazioni d’arte contemporanea? Concretamente e onestamente devo dire, da sostenitore della pittura, no! Non basterebbe.
 Non basterebbe, perché non ci sono in giro artisti che siano pittori e pensatori insieme. La pittura in quanto tale è sempre più ridotta alla sola funzione decorativa e/o ripetitiva di canoni ormai storicizzati e quindi di poca efficacia per rappresentare compiutamente l’attualità.
 Bisogna allora decidersi: demandiamo all’arte contemporanea il solo scopo di testimoniare l’aspetto tecnologico della ricerca artistica, slegandola dai contenuti e limitiamoci pertanto ad ammirare con stupore quello che gli artisti riescono ad escogitare…oppure pretendiamo che anche quest’arte così fortemente connotata tecnicamente abbia un qualche “messaggio” che non sia sempre e solo autoreferenziale.
 Molta parte di questa arte contemporanea è stata definita “arte povera”, riferendosi sicuramente all’uso di materiali poveri. Ma che simpatico paradosso contiene! Non c’è nulla di più RICCO dell’arte povera, oggi…
 
Di Paolo (del 20/01/2010 @ 14:43:08, in ARTE, linkato 149 volte)
 
Di Paolo (del 20/01/2010 @ 14:40:49, in ARTE, linkato 123 volte)
 
Di Paolo (del 30/12/2009 @ 14:25:47, in ARTE, linkato 186 volte)
Sembra di trovarsi di fronte a dei geroglifici, ma queste opere, che davvero ci fanno balzare indietro nel tempo a quasi 2000 anni a.C., sono moderne. La tecnica di esecuzione è moderna e persino il suo contenuto, che non parla del passato, ma evoca il futuro. Per comprendere le opere del veneziano Paolo Baruffaldi, forse, dovremmo salire in una delle sue originali astronavi e farci trasportare altrove, in uno dei tanti pianeti rappresentati, lontano da questa terra, ma con la possibilità comunque di osservarla, ascoltarla, amarla. Paolo Baruffaldi è un artista versatile che spazia dalla tecnica pittorica a quella incisoria, senza rinunciare a qualche sperimentazione come lo dimostrano i suoi lavori digitali che lo hanno fatto approdare alla mostra “Terrae” nel 2003. Anche allora il segno-simbolo-firma era protagonista. Sembrava un omino stilizzato a cui qualcuno ha dato le sembianze di un angelo, mentre altri di un demone. Baruffaldi lascia ancora oggi libertà alla interpretazione, consapevole del dibattito intellettuale e filosofico che ne consegue. Il segno torna come cifra arcaica, come un graffito egizio ma per raccontare il futuro o chissà, il presente. Gli ultimi lavori si articolano in diversi gruppi tematici: ci sono i pianeti e i castelli, le astronavi, e fa capolino il tema della danza. Tutte le composizioni, realizzate dall’artista con la tecnica incisoria (acquaforte, acquatinta, punta secca e xilografia), ricordano molto la struttura delle stele egizie, dove l’opera sembra che rispetti una gerarchia, è fatta a strati, a gradini e man mano si sale si conosce una nuova storia. Ma i racconti non sono di carattere sacro come lo erano la maggior parte delle opere egizie, piuttosto narrano di questa terra, della sua fragilità e contraddittorietà. Se nella mostra “Terrae” la cifra simbolica, pur essendo “aliena” alle cose terrene e ad una civiltà che si ostina a standardizzare e ad unificare, apparteneva comunque alla Terra. Ora, questa figura antropomorfa ha preso il volo. Sembra aver tagliato il cordone ombelicale con quel mondo che non la faceva partire, crescere e sentirsi libera, magari pure felice. L’omino (e l’artista) è in viaggio con la sua astronave ed esplora mondi lontani e diversi. Nei suoi itinerari extraterrestri (o forse onirici) l’artista incontra pianeti variegati che ci ripropone con un’esplosione di colore. Sembra di guardare l’universo attraverso un caleidoscopio. Ogni volta una forma diversa, che si traduce in una miriade di colori, odori e sensazioni. Ma non sempre il viaggio è possibile. La Terra lo reclama. Ecco allora fare la sua comparsa un altro personaggio, più volte riproposto da Baruffaldi, il prigioniero. In quest’opera si respira l’ansia dell’omino che, intrappolato, cerca di liberarsi con tutte le forze dalle morse terrene. “Il prigioniero – ha detto l’artista – serve a ricordarci da dove veniamo e che alla fine non siamo davvero liberi. I condizionamenti della vita quotidiana, infatti, ci impediscono di spiccare il volo!”.
 
Di Paolo (del 20/12/2009 @ 16:05:35, in ARTE, linkato 203 volte)
 
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