Baruffaldi, l' artista "alieno", di Ines Brentan
Di Paolo (del 30/12/2009 @ 14:25:47, in ARTE, linkato 185 volte)
 Sembra di trovarsi di fronte a dei ger  oglifici, ma queste opere, che davvero ci fanno balzare indietro nel tempo a quasi 2000 anni a.C., sono moderne. La tecnica di esecuzione è moderna e persino il suo contenuto, che non parla del passato, ma evoca il futuro. Per comprendere le opere del veneziano Paolo Baruffaldi, forse, dovremmo salire in una delle sue originali astronavi e farci trasportare altrove, in uno dei tanti pianeti rappresentati, lontano da questa terra, ma con la possibilità comunque di osservarla, ascoltarla, amarla. Paolo Baruffaldi è un artista versatile che spazia dalla tecnica pittorica a quella incisoria, senza rinunciare a qualche sperimentazione come lo dimostrano i suoi lavori digitali che lo hanno fatto approdare alla mostra “Terrae” nel 2003. Anche allora il segno-simbolo-firma era protagonista. Sembrava un omino stilizzato a cui qualcuno ha dato le sembianze di un angelo, mentre altri di un demone. Baruffaldi lascia ancora oggi libertà alla interpretazione, consapevole del dibattito intellettuale e filosofico che ne consegue. Il segno torna come cifra arcaica, come un graffito egizio ma per raccontare il futuro o chissà, il presente. Gli ultimi lavori si articolano in diversi gruppi tematici: ci sono i pianeti e i castelli, le astronavi, e fa capolino il tema della danza. Tutte le composizioni, realizzate dall’artista con la tecnica incisoria (acquaforte, acquatinta, punta secca e xilografia), ricordano molto la struttura delle stele egizie, dove l’opera sembra che rispetti una gerarchia, è fatta a strati, a gradini e man mano si sale si conosce una nuova storia. Ma i racconti non sono di carattere sacro come lo erano la maggior parte delle opere egizie, piuttosto narrano di questa terra, della sua fragilità e contraddittorietà. Se nella mostra “Terrae” la cifra simbolica, pur essendo “aliena” alle cose terrene e ad una civiltà che si ostina a standardizzare e ad unificare, apparteneva comunque alla Terra. Ora, questa figura antropomorfa ha preso il volo. Sembra aver tagliato il cordone ombelicale con quel mondo che non la faceva partire, crescere e sentirsi libera, magari pure felice. L’omino (e l’artista) è in viaggio con la sua astronave ed esplora mondi lontani e diversi. Nei suoi itinerari extraterrestri (o forse onirici) l’artista incontra pianeti variegati che ci ripropone con un’esplosione di colore. Sembra di guardare l’universo attraverso un caleidoscopio. Ogni volta una forma diversa, che si traduce in una miriade di colori, odori e sensazioni. Ma non sempre il viaggio è possibile. La Terra lo reclama. Ecco allora fare la sua comparsa un altro personaggio, più volte riproposto da Baruffaldi, il prigioniero. In quest’opera si respira l’ansia dell’omino che, intrappolato, cerca di liberarsi con tutte le forze dalle morse terrene. “Il prigioniero – ha detto l’artista – serve a ricordarci da dove veniamo e che alla fine non siamo davvero liberi. I condizionamenti della vita quotidiana, infatti, ci impediscono di spiccare il volo!”.
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